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Della
considerazione in cui gli antichi Egizi tenevano gli animali rimane
un dettagliato resoconto redatto dal grande storiografo greco Erodoto,
che visse tra il 484 e il 426 a.C circa. Egli viaggiò molto
in Grecia ma anche Oriente, in Persia, in Libia, in Italia meridionale,
in Egitto. Avvalendosi della versione diretta dei fatti, di tradizioni
orali o scritte, di fonti letterarie e, naturalmente attraverso
i viaggi, ricostruì personalmente momenti importanti di storia,
attraverso narrazioni separate. Il tutto condensato nel suo “Storie”,
scritto in lingua ionica, diviso poi dagli alessandrini in nove
libri intitolati ciascuno ad una Musa.
Ritenuto il fondatore della storiografia occidentale, Erodoto ha
tramandato i fatti e i costumi del passato attraverso un gusto del
racconto, una prosa semplice, chiara e brillante che fanno della
sua opera un vero capolavoro.
Erodoto "Storie", brani 2.65-67
«L’Egitto, essendo confinante con la Libia, non
è molto ricco di animali: e quelli che ci sono sono tutti
considerati sacri da loro, ed alcuni di essi vivono con l’uomo,
altri no. Se poi io dicessi per quali motivi sono considerati sacri,
finirei col mio discorso sulle cose sacre, che io rifuggo assolutamente
dall’esporre: e anche quelle di esse che ho detto di sfuggita,
le ho dette perché costretto dalla necessità.
C’è dunque una prescrizione a proposito degli animali
che dispone così: come guardiani addetti all’alimentazione
di ciascuna specie separatamente sono designati sia maschi sia femmine
fra gli Egizi, il figlio dei quali riceve la carica onorifica dal
padre.
Gli abitanti delle città compiono tutti, in onore degli animali,
questi riti, pregando il dio al quale è sacro l’animale:
rasando ai figli o tutta la testa, o la metà, o un terzo
della testa, pongono i capelli su una bilancia contrappesandoli
con argento; l’argento sollevato dalla bilancia, il cittadino
lo dà alla guardiana degli animali; e costei, in cambio di
esso, tagliando dei pesci, li offre in pasto agli animali. Tale
è dunque il cibo che è stato prescritto per essi.
Qualora poi qualcuno uccida uno di questi animali, se lo ha fatto
volontariamente, la pena è la morte, se invece involontariamen
0te, paga la multa che i sacerdoti stabiliscono. Ma chi uccide un
ibis o uno sparviero, o che lo faccia volontariamente, o che lo
faccia involontariamente, deve morire.
Benché poi siano molti gli animali che convivono con gli
uomini, sarebbero di gran lunga di più, se non succedessero
ai gatti i seguenti fenomeni: quando le femmine partoriscono, non
si accostano più ai maschi; questi ultimi, pur desiderando
unirsi ad esse, non possono farlo. Dunque, contro questo inconveniente,
i gatti maschi escogitano le seguenti astuzie: rapiti alle femmine
e sottratti loro i piccoli, li uccidono, ma dopo averli uccisi non
li dilaniano. Esse allora, private dei figli, e desiderandone altri,
finalmente vanno dai maschi: perché questo animale ama i
propri figli.
Se poi scoppia un incendio, fenomeni divini prendono i gatti. Infatti
gli Egizi, dopo essersi posti a distanza l’uno dall’altro,
fanno la guardia ai gatti, senza curarsi di spegnere l’incendio;
ma i gatti, intrufolandosi fra di loro e saltando al di là
degli uomini, si buttano nel fuoco. Quando accade questo fenomeno,
grande dolore prende gli Egizi.
Inoltre, in tutte le case in cui un gatto muore di morte naturale,
tutti gli abitanti si radono solo le sopracciglia; quelli presso
i quali invece muore un cane, si radono tutto il corpo e la testa.
I gatti morti vengono trasportati in tombe sacre, dove sono seppelliti,
dopo essere stati imbalsamati, nella città di Bubastis.
I cani, invece, li seppelliscono ciascuno nella propria città,
in urne sacre. Come i cani, così vengono seppelliti gli icnèumoni
[forse manguste, ndr].
I toporagni e gli sparvieri li trasportano nella città di
Buti, gli ibis ad Ermòpoli.
Gli orsi, che sono pochi, ed i lupi, che sono non molto più
grossi di volpi, li seppelliscono là dove li hanno trovati
morti.»
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